Tre territori, un solo filo

Un modo di conoscere il vino è quello che passa dalla sua scheda tecnica, dal vitigno, gradazione, temperatura di servizio, abbinamenti. Ma c’è un altro modo, più lento e più vero, che passa dal territorio. Dal suolo sotto i piedi, dall’aria che si respira, dalla luce che cambia a seconda di dove ti trovi. Noi facciamo vino in tre luoghi diversi, e ognuno di questi luoghi ha una voce propria. Tre paesaggi, tre climi, tre sensazioni che non si traducono in parole senza perdere qualcosa ma ci proviamo lo stesso. Patti Piccolo, ad Alcamo, è una contrada che si raggiunge salutando il paese, lasciandosi alle spalle la costa e il rumore del mare. Le colline dell’entroterra trapanese si aprono qui in panorami larghi e silenziosi, segnati dai filari, per lo più Catarratto, e da qualche casetta, ripostiglio degli attrezzi agricoli, piccole tracce dell’uomo nel paesaggio, discrete come chi lavora la terra senza bisogno di annunciarsi. Il clima è quello dell’interno siciliano: estati calde ma ventilate, notti che si rinfrescano quanto basta, escursioni termiche che fanno la differenza tra un vino piatto e un vino vivo. La terra è sabbiosa in collina, sargillosa man mano che si scende, tenace, generosa solo con chi la lavora con pazienza. Pattipiccolo a luglio significa sentire il calore che sale dal suolo e il vento che lo bilancia. Significa guardare i grappoli che maturano lentamente, con quella progressione silenziosa che somiglia alla crescita delle cose destinate a durare. L’esperienza sensoriale è quella di qualcosa di sospeso tra l’estate piena e l’attesa. Nel bicchiere, quella tensione diventa freschezza agrumata, sapidità, una bevibilità quasi ingenua che nasconde una struttura precisa. Spostandosi verso la costa occidentale, il paesaggio cambia radicalmente. La collina lascia il posto alla pianura, l’orizzonte si allarga fino al mare, e l’aria diventa salata non in modo metaforico, ma proprio fisicamente: il vento che arriva dallo Stagnone porta con sé il sale delle saline, lo deposita sui filari, entra nel Grillo che cresce qui da generazioni. Le Piane Liquide sono questo: un territorio dove la vigna e il mare si guardano da vicino, dove la luce riflessa dall’acqua è diversa da qualsiasi altra luce, bianca e piatta e abbagliante nel modo tipico della Sicilia occidentale. L’estate è lunga, calda, asciutta. Il vento è costante, quasi ossessivo, un maestrale che non chiede permesso e che, nel tempo, ha plasmato sia il paesaggio che le piante. Il Grillo che nasce qui porta tutto questo con sé: la mineralità del sale, la luminosità del mare, quella sapidità che non si ottiene in cantina ma solo vivendo anni dopo anni in questo posto specifico. Bere un Bianco Maggiore o La Maggiore con gli occhi chiusi è, in qualche modo, stare affacciati sullo Stagnone. Poi c’è Pantelleria. E Pantelleria è un’altra cosa. Un’isola vulcanica a 70 chilometri dall’Africa, dove il vento soffia con tale intensità da aver costretto le viti a crescere basse, quasi sdraiate sul suolo lavico, in una forma di allevamento, l’alberello pantesco, riconosciuta dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. La terra è nera, vulcanica, porosa. Il suolo assorbe il calore di giorno e lo rilascia di notte, creando un microclima unico. Lo Zibibbo, il Moscato di Alessandria, cresce qui come non cresce da nessun’altra parte, concentrato, aromatico, capace di esprimere profumi di albicocca secca, fichi, miele, erbe mediterranee che sembrano arrivare da un altro tempo. Stare in vigna a Pantelleria significa capire immediatamente perché certi vini sono possibili solo lì. Non è romanticismo: è agronomia, geologia, storia. È un posto che ti entra dentro prima ancora che tu apra la bottiglia. Il filo che tiene tutto insieme. Tre territori così diversi potrebbero sembrare una contraddizione per una cantina sola. In realtà sono la sua ricchezza più grande e la sua responsabilità più alta. Perché lavorare in tre luoghi così distinti significa non potersi permettere una sola risposta valida per tutti. Significa ascoltare ogni vigna per quello che è, senza forzarla a diventare qualcosa d’altro. Il filo che tiene insieme Alcamo, Marsala e Pantelleria non è uno stile, non è una tecnica. È un’attitudine: la convinzione che il vino migliore sia quello che sa dove è nato e che lo dimostri nel bicchiere, senza bisogno di spiegazioni. Tutte le notizie ralloweblog Tre territori, un solo filo Un modo di conoscere il vino è quello che passa dalla sua scheda tecnica, dal vitigno, gradazione, temperatura di servizio, abbinamenti. Ma c’è un altro modo, più lento e ralloweblog La forza delle radici in un mercato che cambia C’è un momento, nella vita di un settore, in cui i numeri smettono di rassicurare e iniziano a porre domande. Il vino italiano sta vivendo questa fase da alcuni anni: i cons ralloweblog I vini bianchi dell’estate C’è un momento preciso in cui l’estate smette di essere una promessa e diventa una certezza. È quando la luce cambia, si fa più lenta, più dorata e l’unica ri ralloweblog La terra parla. Un grappolo d’uva sana contiene già tutto ciò che serve per fare un grande vino. Non servono correzioni, additivi o alchimie. Serve rispetto. Il biologico è, prima di tutt ralloweblog Identità Mediterranea C’è una parola che ritorna spesso quando si parla di vino siciliano: identità. La si usa molto, talvolta a sproposito, come etichetta da appiccicare a qualsiasi bottiglia ralloweblog Una terra, tre racconti C’è un vitigno che racconta la Sicilia meglio di qualsiasi altro: il Catarratto. Radici profonde nella tradizione, una capacità rara di rispecchiare il territorio in modo f ralloweblog Coltivare il futuro C’è una parola che al Vinitaly 2026 è risuonata più di tutte le altre nei convegni, nelle conversazioni tra produttori, negli incontri con i buyer internazionali: sostenib ralloweblog Una favola antica C’era una volta, nell’agro di Alcamo, un uomo di nome Benedetto. Non era un nome qualunque: era uno di quei nomi che i genitori scelgono quando sperano, con tutta la fo ralloweblog Il vino invecchia bene. Il modo di raccontarlo, non sempre. Si sente spesso dire che i giovani bevono meno vino. Può essere vero, ma forse non è
La forza delle radici in un mercato che cambia

C’è un momento, nella vita di un settore, in cui i numeri smettono di rassicurare e iniziano a porre domande. Il vino italiano sta vivendo questa fase da alcuni anni: i consumi si riducono, i volumi rallentano, le tensioni geopolitiche influenzano gli scambi internazionali e i mercati diventano sempre più complessi e competitivi. Eppure, osservando con attenzione ciò che accade, emerge un quadro diverso da quello che una lettura superficiale potrebbe suggerire. Più che una crisi, sembra una trasformazione. Secondo l’analisi dei trend del vino 2025-2026 elaborata da Vinarius, il mercato sta attraversando una fase in cui diminuiscono i consumi in volume ma cresce il valore complessivo delle vendite. Il consumatore è cambiato: è più informato, più selettivo, meno incline all’acquisto abituale e più orientato a scegliere con consapevolezza. Cerca qualità, autenticità, sostenibilità e un legame reale con il territorio di origine. L’Annual Report 2026 di Valoritalia fotografa come nel 2025 i vini bianchi fermi sono cresciuti del 6,3%, i rosati del 5,7% e gli spumanti dell’1,7%, mentre i vini rossi hanno registrato una flessione superiore al 13%. Il mercato sta ridisegnando le proprie preferenze e lo fa seguendo la ricerca di freschezza, leggerezza, equilibrio e bevibilità. Vini capaci di accompagnare nuovi stili di consumo, più attenti alla qualità dell’esperienza che alla quantità, senza rinunciare alla complessità e al carattere. Le difficoltà esistono e sarebbe inutile negarlo. L’aumento dei costi di produzione, l’incertezza economica e la pressione competitiva richiedono capacità di adattamento e visione strategica. Tuttavia, il Rapporto Mediobanca sul settore vinicolo evidenzia come il 58% dei principali produttori italiani preveda una crescita delle vendite nel 2026, mentre il 70% continua a considerare il comparto attrattivo e ricco di prospettive. Le direttrici di sviluppo sembrano ormai ben definite: diversificazione dell’offerta, apertura a nuovi mercati, innovazione sostenibile, comunicazione più efficace, crescita dell’enoturismo e costruzione di una relazione sempre più vera con il cliente. Sul fronte internazionale, secondo Vinarius, sono soprattutto i mercati extraeuropei a sostenere la domanda di vini premium italiani. Il mondo continua a cercare il vino italiano di qualità, riconoscendone il valore culturale oltre che produttivo. La sfida, oggi, non è soltanto esportare, ma saper raggiungere quei consumatori con il prodotto giusto, nel momento giusto, attraverso una narrazione credibile e coerente. In uno scenario in continua evoluzione, c’è però un elemento che non cambia: il valore del territorio. Come evidenzia l’analisi di Vinbacco sul mercato italiano, la competizione si gioca sempre più sulla capacità di esprimere identità, garantire continuità qualitativa e presidiare con efficacia i canali di vendita. In una sola parola: autenticità. Perché il territorio non è soltanto un’origine geografica, ma un patrimonio di cultura, tradizioni, persone e competenze che si riflette nel vino ancora prima che nelle parole. È una convinzione che accompagna la nostra storia da oltre 160 anni. Una visione che ha attraversato generazioni, cambiamenti di mercato e trasformazioni del gusto, senza mai perdere il legame con la propria origine. Oggi, in un contesto che premia sempre più la qualità, la distintività e la capacità di raccontare una storia vera, questa eredità rappresenta una risorsa ancora più preziosa. Rallo continua a guardare al futuro partendo dalle proprie radici: Alcamo, Marsala, Pantelleria. Territori diversi ma profondamente complementari, che racchiudono l’anima più autentica della Sicilia vitivinicola. Luoghi che da sempre ispirano il nostro lavoro e danno voce ai nostri vini. Perché crediamo che il futuro del vino non appartenga a chi rincorre le tendenze, ma a chi sa interpretare il cambiamento restando fedele alla propria identità. Ed è proprio da questa identità che continuiamo a costruire il nostro domani. Tutte le notizie ralloweblog La forza delle radici in un mercato che cambia C’è un momento, nella vita di un settore, in cui i numeri smettono di rassicurare e iniziano a porre domande. Il vino italiano sta vivendo questa fase da alcuni anni: i cons ralloweblog I vini bianchi dell’estate C’è un momento preciso in cui l’estate smette di essere una promessa e diventa una certezza. È quando la luce cambia, si fa più lenta, più dorata e l’unica ri ralloweblog La terra parla. Un grappolo d’uva sana contiene già tutto ciò che serve per fare un grande vino. Non servono correzioni, additivi o alchimie. Serve rispetto. Il biologico è, prima di tutt ralloweblog Identità Mediterranea C’è una parola che ritorna spesso quando si parla di vino siciliano: identità. 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La domanda più onesta è un’altra: il vino sta ancora parlando a qual ralloweblog Lo zen e la cerimonia del tè “The Book of Tea” o in italiano Lo zen e la cerimonia del tè di Kakuzo Okakura è un saggio breve ma straordinariamente denso, pubblicato nel 1906 e ancora oggi sorpre
Il Marsala di Vittorio Lo Jacono

Il Marsala di Vittorio Lo Jacono Varcata la soglia del nuovo anno, ricchi sempre di nuovi propositi, soddisfatti delle incursioni gastronomiche dovute a pranzi e cene con amici e parenti, dovendo tornare a più sobrie abitudini, diamo libero sfogo alla golosità attraverso le pagine di un buon libro accompagnandole, come è nostra consuetudine, con un calice di vino.L’anno inizia, purtroppo con una notizia sconfortante: solo il 27% dei siciliani legge!Come possiamo incentivare a non perdere sane abitudini?Forse suggerendo mensilmente un testo che ci ha colpito, appassionato e che comunque è passato sotto i nostri occhi?Iniziamo l’anno con un libro che ci è caro, non solo per il contenuto ma anche per l’autore di cui nutriamo profonda stima e amicizia. Per voi La Storia del Marsala, Dai mercanti inglesi ad oggi, edito da Spazio Cultura edizioni di Vittorio Lo Jacono.Vittorio Lo Jacono in questo volume ha voluto proporre la storia di uno dei più affascinanti prodotti della nostra terra: il Marsala.Lo fa in maniera semplice e immediata com’è la sua scrittura, lo fa da entusiasta conoscitore e scopritore la realtà isolana a cui appartiene, com’è il suo carattere.Badate bene, non si tratta di un romanzo.Il presente volume narra i fatti così per come sono andati, le vicende storiche, magari non particolareggiate ma sicuramente precise e puntuali, del primo vino italiano ad essere riconosciuto come DOC – denominazione di origine controllata.Ecco allora ripercorrere le tappe più importanti dalle origini ai giorni nostri, ed ecco spiegato perchè, questo testo è un’ottima e preziosa risorsa anche per chi, per la prima volta, vuole approcciarsi ad un tema così vasto che è quello del marsala.La storia del vino marsala è anche storia della città, dell’agro occidentale della Sicilia che proprio per questo prodotto ha cambiato volto in poco più di un secolo.Dopo una breve introduzione sulla cittadina che diede nome all’omonimo vino ci ritroviamo alla fine del ‘700, in una Sicilia già famosa per vini alcolici, robusti e a buon prezzo.Il vino da cui nacque il Marsala era conosciuto localmente come Perpetuum, dal metodo di invecchiamento, per il quale una botte veniva colmata del vino mancante consumato con il vino d’annata, di fatto rappresentando una sorta di metodo Soleras effettuato con una sola botte. John Woodhouse arrivò a Marsala nel 1773 e fu colpito dalla bontà del vino locale.Pensò che, opportunamente fortificato, avrebbe potuto tranquillamente sostituire Porto, Madeira e Sherry prodotti rispettivamente in Portogallo, Spagna e Francia con le quali l’Inghilterra era perennemente in guerra. Imbarcò allora una cinquantina di botti aggiungendovi acquavite, per evitare che il viaggio modificasse le caratteristiche organolettiche. Il Marsala in Inghilterra ebbe successo. Così tanto che sbarcarono in Sicilia altri inglesi come Hopps, Payne ed Ingham & Whitaker.Ed è proprio da queste aziende, o quel che ne resta che è partito il nostro autore: ha toccato con mano documenti, etichette, delle quali molte sono riproposte nella parte visiva del libro, ha visitato cantine e ne ha chiesto e conosciuto la storia. Storia che poi ha riportato fedelmente.Nel 1832 fu un italiano, Vincenzo Florio, figlio di un ricco armatore calabrese, a fondare le cantine omonime. Grazie alla flotta su cui poteva contare la ricca famiglia Florio il Marsala toccò l’apice del successo. A stretto giro, altri imprenditori apriranno le loro cantine, come Rallo nel 1860, primo siciliano a produrre Marsala.La prima battuta d’arresto in questa storia di successo si ebbe con il proibizionismo americano (basti ricordare l’etichetta “Hospital Size Marsala Tonic” un bicchierino pieno due volte al giorno) che vietò l’importazione dell’alcool.Ma il vero colpo di grazia al mercato e alla fama del Marsala avvenne negli anni ’70, con l’introduzione delle tipologie aromatizzate “all’uovo” che peggioreranno la qualità del prodotto, allontanando così i consumatori anche dal Marsala tradizionale.Agli inizi del novecento le Cantine che producevano vino Marsala erano 40, oggi se ne contano una quindicina.Sebbene oggi la produzione del celebre vino è notevolmente ridotta, ha fatto bene il nostro autore a riproporne la storia, non solo per farla conoscere, ma perchè ricordando non si dimentichi e, anzi, si valorizzi la memoria. E’ impossibile non rimanere attratti da questo scritto, invogliati ad approfondire la materia magari con qualche calice odoroso fra le mani. Tutte le notizie Pressralloweblog Opuscolo Prodotti Rallo Rallo, dal 1860, tre forme, tre territori Opuscolo Rallo Tutte le notizie Pressralloweblog Opuscolo Prodotti Rallo MENÙ IT ・EN Rallo, dal 1860, tre forme, tre territori Opuscolo ralloweblog Wine Paris 2026 Wine Paris 2026 La più importante fiera vinicola internazionale si è appena conclusa, e anche quest’anno Rallo Azienda Agricola ha partecipato con la delegazione siciliana, sup ralloweblog Gli occhiali rosa. Diari una genovese in Sicilia (1960- 1977) Gli occhiali rosa. 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What a wonderful world

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