Forestieri in casa propria

C’è una forma di smarrimento che non conosce boschi né nebbia, che non ha bisogno di bivi né di notti senza stelle. È lo smarrimento di chi abita un luogo senza abitarci davvero, di chi percorre ogni giorno le stesse strade e non riesce a farsele proprie, come se il suolo sotto i piedi appartenesse sempre a qualcun altro. La città moderna ci accoglie, ma a condizione che non la tocchiamo. Ci consente di transitarla, di consumarla, di finanziarla con la nostra presenza ma non di lasciarvi traccia. Un fiore piantato nell’aiuola comunale è un abuso. Un cartello scritto a mano su un palo è vandalismo. Una persona che dorme su una panchina è un problema da risolvere. Lo spazio pubblico si è fatto, nel tempo, uno spazio senza pubblico: perfettamente regolato, perfettamente estraneo. E così l’uomo contemporaneo vive in un ambiente che non può plasmare, che non porta il segno delle sue mani, che non risponde al suo sguardo. Gli viene concessa, al più, la sovranità sulle quattro pareti di casa che può ridipingere, arredare, trasformare ma è lì, tra quelle mura, che trascorre la parte minore della sua giornata. Il resto del tempo appartiene agli uffici di qualcun altro e alle strade progettate da qualcun altro. Vive, in sostanza, da ospite. Da forestiero in un luogo che porta il suo indirizzo. Questo non è soltanto un problema di estetica urbana o di politiche pubbliche mal concepite. È una questione che riguarda la struttura stessa dell’esperienza umana. Quando non possiamo lasciare impronta su un luogo, quando lo spazio non porta memoria di noi, noi non riusciamo a orientarci in esso non nel senso geografico, ma in quello più antico e più necessario: il senso di sapere dove siamo, chi siamo, a cosa apparteniamo. Lo spazio urbano contemporaneo è stato pensato come una griglia: neutrale, misurabile, intercambiabile. Ma l’uomo non si orienta sulle griglie, si orienta sui segni, sulle soglie, sulle storie incise nei muri, sulle abitudini che si depositano negli angoli. Si vive in un luogo e non gli si appartiene. Si transita, si consuma, si dimentica. E il luogo, che non porta traccia di noi, dimentica a sua volta. È forse questo il paradosso più acuto della modernità urbana: che l’ambiente in cui l’uomo ha investito di più in cemento, in pianificazione, in regole sia diventato quello in cui si sente meno a casa. Eppure c’è chi non si è perso. Chi non ha mai smesso di trattare la terra come un interlocutore, non come uno sfondo. Il vignaiolo e con lui chiunque lavori la terra con intenzione conosce ancora il gesto antico di plasmare un luogo secondo la propria visione e il proprio giudizio. Sceglie la cultivar che ritiene più giusta per quel suolo, quella luce, quella storia. Decide l’orientamento dei filari, la forma dell’alberello o del controspalliera, la varietà delle rose da piantare in testata. Ogni palo, ogni legatura, ogni innesto è una firma. È un dialogo continuo tra chi abita e ciò che viene abitato. In vigna lo spazio risponde. Si lascia modificare, si trasforma, porta memoria delle scelte di chi lo coltiva e di chi lo ha coltivato prima. Un vigneto antico è una stratificazione di decisioni umane, di stagioni interpretate, di errori corretti e intuizioni confermate. È, in senso pieno, un ambiente abitato: non transitato, non consumato, ma compreso e trasformato con cura. Questa non è una nostalgia agreste, non una fuga romantica dalla città ma il promemoria che l’uomo sa ancora, quando gli è concesso, costruire appartenenza. Che il senso del luogo non è un’eredità perduta ma una capacità sopita, pronta a ridestarsi ovunque le mani possano ancora lasciare traccia e la terra sia disposta ad accoglierla. Chi fa il vino, chi porta avanti una vigna con rispetto e intenzione non è soltanto un produttore. È, forse senza saperlo, un custode di qualcosa di più largo: la prova che l’uomo e il suo ambiente possono ancora riconoscersi, parlarsi, appartenersi. E che da quel riconoscimento può nascere qualcosa di buono in un bicchiere, certo, ma prima ancora, nell’anima di chi non si è perso. Tutte le notizie ralloweblog L’oro estivo Il mese di Agosto in cucina non chiede elaborazioni: chiede un pomodoro maturo tagliato in due, un’insalata di finocchi e arance, un pane che profuma ancora di forno. 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