L’assaggio, Roald Dahl

L’Assaggio di Roald Dahl è un piccolo capolavoro della letteratura enologica, anche se lui, genio beffardo e allergico a ogni forma di etichetta, probabilmente avrebbe detestato questa definizione. Una tavola imbandita in un’elegante casa londinese, sei commensali, una bottiglia senza etichetta e una scommessa sempre più azzardata: il celebre gastronomo Richard Pratt deve riconoscere origine e annata del vino servito, affidandosi esclusivamente al proprio infallibile palato. Ma il vero protagonista del racconto non è il vino. È la vanità. Mike Schofield è un agente di borsa arricchitosi con facilità, animato dall’ambizione di apparire agli occhi degli altri come un uomo di cultura. Colleziona dipinti, libri rari, organizza cene sontuose per una ristretta cerchia di invitati selezionati. Il vino è il suo trofeo sociale; la scommessa, il suo palcoscenico. E Richard Pratt, gastronomo celebrato, degustatore impeccabile, ego smisurato, è lo strumento attraverso cui cerca la propria consacrazione. Con la consueta precisione chirurgica, Dahl tratteggia una commedia umana che va ben oltre il mondo del vino. Il suo bersaglio è l’eterna aspirazione a essere riconosciuti, ammirati, legittimati da chi consideriamo superiore. Il vino diventa così un linguaggio di status, un codice di appartenenza, una forma di potere simbolico. Perché scegliere una bottiglia rara, farla circolare tra gli ospiti giusti, osservare l’esperto mentre annusa, roteando il calice con studiata lentezza, non ha molto a che fare con il piacere. Ha a che fare con il prestigio. Con il desiderio di ricevere un’investitura. Con la speranza che qualcuno, finalmente, ci dica che siamo all’altezza. Il “degustatore sociale” è una figura che conosciamo bene. Lo incontriamo al ristorante, mentre studia la carta dei vini con l’aria di chi sta decifrando un testo sacro. Lo troviamo a cena quando monopolizza la conversazione parlando di tannini, mineralità e persistenza aromatica mentre gli altri, più semplicemente, mangiano e bevono. Si rifugia in un lessico specialistico che spesso serve più a delimitare un territorio che a condividere un’esperienza. Eppure sarebbe ipocrita fingere che il vino sia soltanto ciò che contiene la bottiglia. Ogni scelta porta con sé un corredo di significati, desideri e rappresentazioni. Fra questi, che ci piaccia o no, c’è anche una sottile gratificazione narcisistica: aver scoperto quella bottiglia, averla raccontata agli amici, averne spiegato la storia, averne riconosciuto le sfumature. In fondo, a volte speriamo che un po’ del fascino del vino si trasferisca su di noi. Dahl osserva tutto questo con uno sguardo lucido e spietato. Il racconto procede come un piano sequenza perfettamente orchestrato: le descrizioni minuziose sembrano rallentare il tempo, trattenere il respiro della scena, mentre il lettore avverte crescere una tensione quasi insostenibile. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni sorso aggiunge un tassello a una partita che appare sempre meno enologica e sempre più psicologica. E quando arriva il finale, Dahl compie il suo capolavoro morale. A sciogliere il nodo non sarà il più colto, né il più ricco, né il più esperto. Sarà la persona più discreta della stanza. Come spesso accade nei suoi racconti, la verità entra in scena senza fare rumore e lascia i vanitosi nudi davanti a se stessi. Dahl non perdona gli arroganti. Non li ha mai perdonati. Quale abbinamento abbiamo scelto per questo volume? Un calice di Lucido, Catarratto in purezza. Se Richard Pratt fosse stato siciliano — o semplicemente più onesto — avrebbe alzato il calice, osservato quella luce dorata attraversata dal sole e detto: questo vino non mente. Il Catarratto Lucido di Rallo non ha bisogno di scommesse per affermarsi. È un vino che nasce da un vitigno antico, profondamente intrecciato alla storia della Sicilia occidentale, e conserva qualcosa della sua terra: il vento che arriva dal mare, la polvere chiara delle colline di Alcamo, il sole delle giornate più luminose. Porta con sé una semplicità che non è povertà, ma essenzialità. Non è un vino costruito per impressionare. È un vino costruito per accompagnare. Non cerca l’effetto speciale, non pretende interpretazioni complesse, non obbliga chi lo beve a dimostrare qualcosa. Chiede soltanto attenzione. Quella forma rara di attenzione che nasce quando si smette di voler apparire e si torna a voler sentire. Forse è proprio questo il contrario della vanità raccontata da Dahl. Mentre Pratt usa il vino per esibire il proprio talento, il Catarratto invita a dimenticare il talento e ad ascoltare il piacere. Mentre la scommessa trasforma la bottiglia in un oggetto di potere, questo vino la restituisce alla sua funzione più autentica: creare una conversazione, accompagnare un pasto, unire le persone attorno a un tavolo. Pratt avrebbe perso anche con questo vino. Perché certi vini non si indovinano: si riconoscono. E per riconoscere qualcosa bisogna prima rinunciare alla tentazione di dimostrare tutto. L’essenziale è bianco. Anche in letteratura. Tutte le notizie Uncategorized L’assaggio, Roald Dahl ralloweblog Tre territori, un solo filo Un modo di conoscere il vino è quello che passa dalla sua scheda tecnica, dal vitigno, gradazione, temperatura di servizio, abbinamenti. Ma c’è un altro modo, più lento e ralloweblog La forza delle radici in un mercato che cambia C’è un momento, nella vita di un settore, in cui i numeri smettono di rassicurare e iniziano a porre domande. Il vino italiano sta vivendo questa fase da alcuni anni: i cons ralloweblog I vini bianchi dell’estate C’è un momento preciso in cui l’estate smette di essere una promessa e diventa una certezza. È quando la luce cambia, si fa più lenta, più dorata e l’unica ri ralloweblog La terra parla. Un grappolo d’uva sana contiene già tutto ciò che serve per fare un grande vino. Non servono correzioni, additivi o alchimie. Serve rispetto. Il biologico è, prima di tutt ralloweblog Identità Mediterranea C’è una parola che ritorna spesso quando si parla di vino siciliano: identità. La si usa molto, talvolta a sproposito, come etichetta da appiccicare a qualsiasi bottiglia ralloweblog Una terra, tre racconti C’è un vitigno che racconta la Sicilia meglio di qualsiasi altro: il Catarratto. Radici profonde nella tradizione, una capacità rara di rispecchiare il territorio in modo f ralloweblog Coltivare il futuro C’è una parola che
Lo zen e la cerimonia del tè

“The Book of Tea” o in italiano Lo zen e la cerimonia del tè di Kakuzo Okakura è un saggio breve ma straordinariamente denso, pubblicato nel 1906 e ancora oggi sorprendentemente attuale. Il libro usa la cerimonia del tè come lente attraverso cui osservare la filosofia zen, l’estetica, la spiritualità e persino la critica alla modernità. Eppure, a rileggerlo con occhi diversi, emerge una trama nascosta: il tè e il vino, bevande lontanissime per geografia e cultura, percorrono strade straordinariamente parallele. Tutto inizia dalla terra. La Camellia sinensis — la pianta del tè — affonda le radici in una storia millenaria che si perde nella leggenda cinese, attribuita all’imperatore Shennong intorno al 2737 a.C. La vite, Vitis vinifera, vanta origini altrettanto remote, coltivata nel Caucaso almeno ottomila anni fa. Entrambe le piante hanno accompagnato l’umanità attraverso civiltà, religioni e imperi, diventando molto più che semplici colture: simboli di identità culturale, veicoli di rito e spiritualità. Il ciclo vitale lungo e nobile accomuna le due piante. Una vecchia pianta di tè può vivere secoli, e le foglie dei cespugli più antichi sono le più pregiate — proprio come i vigneti vecchi (old vines) producono uve concentrate e complesse, dove la lentezza diventa virtù. In entrambi i casi, il tempo non è nemico ma maestro. Uno dei capitoli più affascinanti del libro è la storia dell’evoluzione del tè attraverso le dinastie cinesi. Nella dinastia Tang il tè veniva compresso in mattoni e poi sbriciolato e bollito; nella Song si passò alla polvere fine battuta con acqua calda in una ciotola — il precursore del matcha; infine, nella Ming, si affermò l’infusione delle foglie intere, il metodo che usiamo ancora oggi. Questa progressione ha un’eco sorprendente nella storia del vino. Per secoli l’uva venne pigiata con i piedi o torchiata con forza bruta, estraendo tutto — zuccheri, tannini, amarezze. Poi, gradualmente, la vinificazione si è raffinata: la pressatura soffice, oggi tecnica cardine per i vini bianchi e i grandi Champagne, permette di ottenere solo il succo più puro, delicato, aromatico. In entrambe le tradizioni, l’evoluzione tecnica ha seguito la stessa direzione: meno violenza, più rispetto per la materia. Come se il tempo avesse insegnato a entrambe le culture che la vera complessità si ottiene con la gentilezza. Okakura dedica pagine memorabili all’estetica degli utensili da tè. La cerimonia del tè giapponese (chanoyu) diede impulso a una fioritura straordinaria della ceramica: le ciotole raku, irregolari e volutamente imperfette, le teiere kyusu in terracotta di Yixing, i chawan dalle smaltature imprevedibili. Ogni pezzo è un’opera d’arte concepita per la mano e per l’anima, non per l’occhio soltanto. Il vino ha generato un universo parallelo di oggetti. La bottiglia di vetro, nata in forma cilindrica nel Settecento, si è moltiplicata in infinite varianti: la bordolese alta e severa, la borgognona dalle spalle morbide, l’alsaziana allungata come un flauto, la champenoise pesante e resistente alla pressione. Poi i calici, e qui l’analogia si fa quasi speculare con la ciotola da tè, studiati per ogni vitigno, ogni regione, ogni stile: il calice da Borgogna ampio e rotondo che raccoglie i profumi come una conchiglia, quello da Champagne che libera le bollicine in una colonna precisa. In entrambi i mondi, generazioni di artigiani e artisti hanno dedicato la vita a perfezionare un contenitore per una bevanda. Il contenitore diventa liturgia. Okakura insiste su un punto fondamentale: la cerimonia del tè non è galateo, è filosofia incarnata. Ogni gesto, il modo di tenere il mestolo, la direzione in cui si gira la ciotola, il silenzio tra un’azione e l’altra, esprime i principi zen di armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Il tōcha, il maestro del tè, non serve una bevanda: offre un momento di presenza totale. Il servizio del vino nei grandi ristoranti e nelle cantine storiche ha sviluppato una propria liturgia altrettanto codificata. Il sommelier che presenta la bottiglia, il taglio della capsula, il gesto del stappo, la prima mescita nel calice del degustatore, l’attesa, tutto questo non è semplice tecnica, è teatro e rispetto. Entrambe le tradizioni hanno capito che il modo in cui si offre una bevanda trasforma l’atto del bere in qualcosa di superiore. Leggere Okakura oggi, con questa chiave di lettura, rivela qualcosa di commovente: culture lontanissime, partendo da due foglie diverse, hanno sviluppato risposte simili alle stesse domande profonde. Come onoriamo il tempo? Come trasformiamo il quotidiano in sacro? Come la materia grezza — una foglia, un grappolo — diventa bellezza e significato? Sarà per questo che in Cantina abbiamo diverse tipologie di tè, il bollitore per arrivare alla corretta temperatura per ogni infusione e le tazze, ognuna diversa? Il tè e il vino non sono semplicemente bevande. Sono, come scriveva Okakura del tè, “una religione dell’arte di vivere”. E forse, in fondo, lo sono entrambi. Tutte le notizie ralloweblog Lo zen e la cerimonia del tè “The Book of Tea” o in italiano Lo zen e la cerimonia del tè di Kakuzo Okakura è un saggio breve ma straordinariamente denso, pubblicato nel 1906 e ancora oggi sorpre ralloweblog Il legno e il vino, una storia lunga quanto la civiltà Tutto inizia molto prima di quanto si possa immaginare. Le prime testimonianze dell’uso del legno per conservare e trasportare il vino ci arrivano dagli assiro-babilonesi, ch Pressralloweblog Nuovo quattro ante Rallo Nuovo quattro ante Rallo Rivisto, rinnovato, essenziale. Dopo mesi di lavoro sui contenuti, sulla struttura narrativa e sull’identità visiva, abbiamo da poco mandato in st ralloweblog AntePrima 2026 AntePrima 2026 C’è un appuntamento che, ogni anno, segna l’inizio di una nuova stagione per Rallo. Si chiama AntePrima, e anche quest’anno ha mantenuto la sua pr ralloweblog Gli occhiali rosa. Diari una genovese in Sicilia (1960- 1977) Gli occhiali rosa. Diario di una genovese in Sicilia (1960 -1977) C’è uno sguardo che attraversa il tempo e arriva fino a noi quasi intatto, con tutta la sua ironia e la sua gra Pressralloweblog Premi e riconoscimenti Premi e riconoscimenti Premi e riconoscimenti Tutte le notizie Galleria fotografica Prova nuova Prova nuova facciamo sempre una prova
Gli occhiali rosa. Diari una genovese in Sicilia (1960- 1977)

Gli occhiali rosa. Diario di una genovese in Sicilia (1960 -1977) C’è uno sguardo che attraversa il tempo e arriva fino a noi quasi intatto, con tutta la sua ironia e la sua grazia. È quello di Pepita Misuraca: genovese di nascita, siciliana d’adozione, donna libera in un’epoca in cui la libertà femminile era ancora un territorio da conquistare. I suoi diari — undici quaderni scritti tra il 1960 e il 1977, oggi raccolti nel volume Gli occhiali rosa a cura del pronipote Giorgio Belli dell’Isca, edito da Il Palindromo — restituiscono al lettore una voce rara: quella di chi osserva senza giudicare, descrive senza compiacenza, racconta senza nostalgia. Definire Pepita Misuraca è operazione necessariamente parziale. Era una scrittrice mancata? Una viaggiatrice? Un’intellettuale di provincia? Nulla di tutto questo, o tutto insieme. Ciò che emerge con forza dalla lettura dei suoi quaderni è la sua totale indipendenza di sguardo: un anticonformismo vissuto non come postura ideologica, ma come attitudine naturale, come modo di stare al mondo. Nata a Genova, approda in Sicilia per amore — di un uomo, di una terra, di un’atmosfera — Pepita sceglie Palermo e Cefalù come laboratorio umano. Osserva. Ascolta. Prende nota. Lo fa con una penna pacata anche quando l’animo è agitato, con una scrittura che si ferma sui colori del paesaggio, sui suoni, sugli odori, sulla musica che filtra dalle finestre aperte. Una musica che, leggendo il testo, sembra comparire improvvisamente anche alle orecchie del lettore, trasportato senza preavviso nel suo mondo. Rievocare la sua figura significa anche recuperare il senso di un’epoca in cui il viaggio era ancora scoperta pura, priva della sovrabbondanza di immagini e narrazioni che caratterizza il turismo contemporaneo. I viaggi erano luoghi di storie, non solo pernottamenti. E Pepita sapeva ascoltarle le storie. Tra le pagine dei quaderni compaiono nomi destinati a segnare la cultura italiana del Novecento: Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, l’editore Flaccovio, il pittore Bruno Caruso. Non come comparse o citazioni di prestigio, ma come presenze vive, con i loro umori, le loro conversazioni, le loro contraddizioni. Pepita li ritrae con la leggerezza di chi non cerca il ritratto ufficiale ma la verità del momento. La Sicilia degli anni Sessanta e Settanta — con le sue trasformazioni culturali, le tensioni sociali, il fermento intellettuale — è lo sfondo vivo di questa narrazione. Una Sicilia che Pepita non mitizza né semplifica, ma racconta dall’interno, con la curiosità affettuosa di chi ha scelto di appartenervi. Il titolo del libro è perfetto: Gli “occhiali rosa” di Pepita non sono ingenuità né illusione: sono una scelta consapevole e coraggiosa. Guardare il mondo con lenti che attenuano il grigio, che cercano la sfumatura invece della sentenza, che preferiscono la comprensione al giudizio — tutto questo richiede, paradossalmente, più coraggio che cinica lucidità. In questo senso il libro di Pepita Misuraca è un atto politico sottile: propone un modello di femminilità intellettuale e indipendente che negli anni Sessanta era tutt’altro che scontato, e che risulta sorprendentemente attuale. Lo sguardo sul ruolo delle donne, sulle relazioni, sulla libertà personale è quello di chi aveva già fatto, in silenzio, la propria rivoluzione. Che questi undici quaderni siano arrivati fino a noi è già di per sé una storia. Giorgio ha fatto ciò che pochi eredi riescono a fare: ha avuto il coraggio di aprire quei quaderni, di leggerli con rispetto, e di riconoscere in quelle pagine qualcosa che meritava di uscire dall’archivio familiare per diventare patrimonio collettivo. La casa editrice Il Palindromo è sicuramente il luogo giusto per accogliere questa voce. Scrivere, come faceva Pepita, per guardare al passato, osservare il presente e immaginare il futuro: non è forse questo il compito più autentico della letteratura? Quegli occhiali rosa che Pepita Misuraca ha indossato per quasi vent’anni di vita palermitana sono ancora lì, tra le pagine dei suoi quaderni. E chi li indossa, anche solo per il tempo di una lettura, torna al mondo con lo sguardo leggermente cambiato. Più attento. Più leggero. Più umano. A questo libro abbiamo abbinato un calice di Alba Rosea, l’unico rosato in casa Rallo. Non è solo una questione di colore — anche se il rosa degli occhiali di Pepita e quello nel calice si parlano con naturale simpatia. È una questione di carattere. Alba Rosea nasce da uve Perricone, una cultivar forte, capace di regalare struttura e corpo imponenti quando vinificata in rosso. Nella versione rosato, quella stessa forza non scompare: si ingentilisce, si affina, si addolcisce senza perdere la propria identità. Esattamente come Pepita. Una donna dal carattere deciso e dalla penna precisa, capace però di guardare il mondo con una dolcezza rara. Forte e delicata insieme. Radicata e leggera. Un abbinamento che non avremmo potuto non fare. Tutte le notizie Pressralloweblog Opuscolo Prodotti Rallo Rallo, dal 1860, tre forme, tre territori Opuscolo Rallo Tutte le notizie Pressralloweblog Opuscolo Prodotti Rallo MENÙ IT ・EN Rallo, dal 1860, tre forme, tre territori Opuscolo ralloweblog Wine Paris 2026 Wine Paris 2026 La più importante fiera vinicola internazionale si è appena conclusa, e anche quest’anno Rallo Azienda Agricola ha partecipato con la delegazione siciliana, sup ralloweblog Gli occhiali rosa. Diari una genovese in Sicilia (1960- 1977) MENÙ IT ・EN Gli occhiali rosa. 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