“The Book of Tea” o in italiano Lo zen e la cerimonia del tè di Kakuzo Okakura è un saggio breve ma straordinariamente denso, pubblicato nel 1906 e ancora oggi sorprendentemente attuale. Il libro usa la cerimonia del tè come lente attraverso cui osservare la filosofia zen, l’estetica, la spiritualità e persino la critica alla modernità. Eppure, a rileggerlo con occhi diversi, emerge una trama nascosta: il tè e il vino, bevande lontanissime per geografia e cultura, percorrono strade straordinariamente parallele. Tutto inizia dalla terra. 

La Camellia sinensis — la pianta del tè — affonda le radici in una storia millenaria che si perde nella leggenda cinese, attribuita all’imperatore Shennong intorno al 2737 a.C. 

La vite, Vitis vinifera, vanta origini altrettanto remote, coltivata nel Caucaso almeno ottomila anni fa. Entrambe le piante hanno accompagnato l’umanità attraverso civiltà, religioni e imperi, diventando molto più che semplici colture: simboli di identità culturale, veicoli di rito e spiritualità.

Il ciclo vitale lungo e nobile accomuna le due piante. Una vecchia pianta di tè può vivere secoli, e le foglie dei cespugli più antichi sono le più pregiate — proprio come i vigneti vecchi (old vines) producono uve concentrate e complesse, dove la lentezza diventa virtù. In entrambi i casi, il tempo non è nemico ma maestro.

Uno dei capitoli più affascinanti del libro è la storia dell’evoluzione del tè attraverso le dinastie cinesi. Nella dinastia Tang il tè veniva compresso in mattoni e poi sbriciolato e bollito; nella Song si passò alla polvere fine battuta con acqua calda in una ciotola — il precursore del matcha; infine, nella Ming, si affermò l’infusione delle foglie intere, il metodo che usiamo ancora oggi.

Questa progressione ha un’eco sorprendente nella storia del vino. Per secoli l’uva venne pigiata con i piedi o torchiata con forza bruta, estraendo tutto — zuccheri, tannini, amarezze. Poi, gradualmente, la vinificazione si è raffinata: la pressatura soffice, oggi tecnica cardine per i vini bianchi e i grandi Champagne, permette di ottenere solo il succo più puro, delicato, aromatico. In entrambe le tradizioni, l’evoluzione tecnica ha seguito la stessa direzione: meno violenza, più rispetto per la materia. Come se il tempo avesse insegnato a entrambe le culture che la vera complessità si ottiene con la gentilezza.

Okakura dedica pagine memorabili all’estetica degli utensili da tè. La cerimonia del tè giapponese (chanoyu) diede impulso a una fioritura straordinaria della ceramica: le ciotole raku, irregolari e volutamente imperfette, le teiere kyusu in terracotta di Yixing, i chawan dalle smaltature imprevedibili. Ogni pezzo è un’opera d’arte concepita per la mano e per l’anima, non per l’occhio soltanto.

Il vino ha generato un universo parallelo di oggetti. La bottiglia di vetro, nata in forma cilindrica nel Settecento, si è moltiplicata in infinite varianti: la bordolese alta e severa, la borgognona dalle spalle morbide, l’alsaziana allungata come un flauto, la champenoise pesante e resistente alla pressione. Poi i calici, e qui l’analogia si fa quasi speculare con la ciotola da tè, studiati per ogni vitigno, ogni regione, ogni stile: il calice da Borgogna ampio e rotondo che raccoglie i profumi come una conchiglia, quello da Champagne che libera le bollicine in una colonna precisa. In entrambi i mondi, generazioni di artigiani e artisti hanno dedicato la vita a perfezionare un contenitore per una bevanda. Il contenitore diventa liturgia.

Okakura insiste su un punto fondamentale: la cerimonia del tè non è galateo, è filosofia incarnata. Ogni gesto, il modo di tenere il mestolo, la direzione in cui si gira la ciotola, il silenzio tra un’azione e l’altra, esprime i principi zen di armonia, rispetto, purezza e tranquillità. Il tōcha, il maestro del tè, non serve una bevanda: offre un momento di presenza totale.

Il servizio del vino nei grandi ristoranti e nelle cantine storiche ha sviluppato una propria liturgia altrettanto codificata. Il sommelier che presenta la bottiglia, il taglio della capsula, il gesto del stappo, la prima mescita nel calice del degustatore, l’attesa, tutto questo non è semplice tecnica, è teatro e rispetto. 

Entrambe le tradizioni hanno capito che il modo in cui si offre una bevanda trasforma l’atto del bere in qualcosa di superiore.

Leggere Okakura oggi, con questa chiave di lettura, rivela qualcosa di commovente: culture lontanissime, partendo da due foglie diverse, hanno sviluppato risposte simili alle stesse domande profonde. Come onoriamo il tempo? Come trasformiamo il quotidiano in sacro? Come la materia grezza — una foglia, un grappolo — diventa bellezza e significato?

Sarà per questo che in Cantina abbiamo diverse tipologie di tè, il bollitore per arrivare alla corretta temperatura per ogni infusione e le tazze, ognuna diversa?

Il tè e il vino non sono semplicemente bevande. Sono, come scriveva Okakura del tè, “una religione dell’arte di vivere”. 

E forse, in fondo, lo sono entrambi.

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2 risposte

  1. Congratulazioni per questo mensile informativo.
    Sono colpita dal linguaggio onirico con cui raccontate e che fa star bene il lettore.
    Vi leggo sempre con molto entusiasmo e provo un certo benessere per le notizie che apprendo.
    Ho provato i vini e mi piacciono. Vorrei riprovare il vino La Maggiore, ma non so dove trovarlo.
    Se vengo in sede Azienda di Marsala è possibile acquistare alcuni Vostri vini?
    Sono interessata anche alla Cerimonia del te.
    Come faccio a conoscere i Vostri eventi?
    Grazie per il Vostro tempo

    1. Buongiorno Maria Grazia, grazie per le gentili parole.
      Probabilmente la nostra formazione letteraria ci sostiene nella scrittura, ma alla fine più che letterati siamo produttori di vino ed è ciò che ci riesce meglio 😉
      Il La Maggiore è attualmente in lavorazione: ti scriverò non appena sarà pronto.
      La Cerimonia del Tè invece è un libro edito da Feltrinelli, quindi di facile reperibilità in libreria o negli store online.
      Continua a seguirci come fai, e se hai suggerimenti o curiosità sono qui ad ascoltarti ben volentieri.
      Un caro saluto, buon fine settimana,
      Sarah

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