Si sente spesso dire che i giovani bevono meno vino. Può essere vero, ma forse non è questo il punto. La domanda più onesta è un’altra: il vino sta ancora parlando a qualcuno che ha venti, trent’anni?
Non è una questione di gusto. I giovani bevono, scelgono, cercano esperienze autentiche con una consapevolezza che le generazioni precedenti non sempre avevano a quella età. Sanno riconoscere la qualità, apprezzano la storia dietro un prodotto, sono disposti a spendere bene quando capiscono perché.
Il problema, semmai, è di linguaggio.
Il vino ha costruito nel tempo un sistema di comunicazione ricco, autorevole, preciso, e in alcuni casi inaccessibile. Un vocabolario che parla a chi già sa, che celebra il passato con una riverenza che a volte esclude invece di invitare.
E i giovani, quando si sentono esclusi, non protestano, semplicemente guardano altrove.
Non si tratta di tradire niente. Le radici di un grande vino, il territorio, il vitigno, la storia di chi lo fa, sono esattamente ciò che lo rende interessante anche per chi è nato con internet in tasca. Ma quelle radici vanno raccontate in modo diverso.
Con meno solennità e più curiosità. Con meno distanza e più conversazione.
Noi ci pensiamo spesso, quando lavoriamo sui nostri vini e sul modo in cui li presentiamo.
E a volte il ragionamento porta anche a scelte concrete, come quella che ci ha portato a dare vita alla nostra nuova Malvasia low alcol. Non un compromesso, non una concessione al mercato: una risposta sincera a un modo diverso di vivere il vino, più leggero, più libero, senza rinunciare all’identità del vitigno e del territorio.
Non per inseguire una tendenza, ma per una ragione più semplice: se il vino che produciamo non trova le parole — e le forme — per parlare a chi ha il futuro davanti, stiamo mancando di rispetto non al passato, ma al futuro stesso.
Il vino non ha bisogno di essere difeso.
Ha bisogno di essere raccontato, ancora, e meglio.
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